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Dopo la chemioterapia, quali tecniche mi possono aiutare ad avere un figlio?

Da una lettera pubblicata sul Corriere della Sera. Risponde Edgardo Somigliana, Direttore PMA (Procreazione Medicalmente Assistita).

“Ho 26 anni e dovrò affrontare a breve la chemioterapia per combattere un tumore allo stadio iniziale. Che possibilità mi rimangono di diventare madre in futuro?”. 

Ogni bambina nasce con un patrimonio finito di ovociti, le cellule che, dopo la fecondazione con uno spermatozoo, diventano embrioni.
Questo patrimonio costituisce la riserva ovarica e, dalla nascita in poi, sì riduce progressivamente fino a esaurirsi con la menopausa. Le terapie oncologiche come la chemioterapia, ma anche la radioterapia della pelvi, possono danneggiare significativamente questa riserva, causandone una brusca riduzione. Rispondere alla sua domanda è però difficile. L’impatto della chemioterapia sulla riserva ovarica dipende dal tipo di chemioterapia e dalla dose dei farmaci impiegati nonché da un grado di sensibilità individuale difficilmente prevedibile. Inoltre,la quantità di ovuli rimasti dopo le cure oncologiche dipende ovviamente anche dalla quantità presente prima di iniziare le cure, che varia molto da donna a donna. Un ruolo importante è svolto poi dall’età: le donne giovani, avendo un patrimonio di ovociti superiore, hanno maggiori probabilità di avere una riserva ovarica ancora sufficiente per ottenere una gravidanza dopo la fine delle cure.

Allo scopo di aumentare le probabilità di avere un bambino al termine di queste terapie sono state sviluppate negli ultimi 20 anni diverse tecniche di preservazione della fertilità.

Le più diffuse sono due: la crioconservazione degli ovociti e la criocoservazione del tessuto ovarico.
La prima, ormai comune, consiste in una iper-stimolazione ovarica e nel prelievo di ovociti (dura un paio di settimane), in modo simile a quanto accade con una comune fecondazione in vitro. Al contrario che in quest’ultima, però, gli ovociti recuperati non vengono fecondati e sono crioconservati in azoto liquido, a una temperatura di quasi -200 °C, situazione in cui praticamente la vita “si ferma”. Si stima che gli ovociti possano sopravvivere in questa condizione senza danni anche per molti decenni. Lo scongelamento e l’uso degli ovociti può quindi avvenire senza particolari timori anche a distanza di molti anni.
La seconda tecnica prevede un breve intervento chirurgico in laparoscopia per prelevare un frammento di tessuto ovarico superficiale (dove si trovano gli ovociti) e quindi crioconservarlo in azoto liquido. Questo frammento può poi essere scongelato e re-impiantato con un nuovo intervento anche a distanza di molti anni.

AI contrario della crioconservazione degli ovociti, quella del tessuto ovarico è considerata sperimentale nella maggior parte dei Paesi (si stima siano nati con questa tecnica circa 150 bambini in tutto il mondo, di cui uno in Italia). Si utilizza quindi nei casi in cui non è possibile crioconservare gli ovociti, come nel caso di bambine o donne che non hanno a disposizione le due settimane necessarie per eseguire l’iper-stimolazione. L’efficacia di queste tecniche è stimata fra il 30 e il  50%, ed è in continuo miglioramento. La crioconservazione di ovociti o tessuto ovarico deve essere vista come un’importante opportunità. L’impiego di chemioterapia con dosi minime efficaci (e quindi meno dannose), la concomitante assunzione di farmaci che bloccano il ciclo mestruale e riducono in parte il danno alla riserva ovarica, e il non dilazionare troppo la ricerca di figli dopo la fine delle cure oncologiche sono pure aspetti importanti e devono essere tutti tenuti nella massima considerazioni se si vuole offrire alla paziente la massima opportunità di avere un bambino.

In generale, è importante sapere che ci sono reali possibilità di avere figli dopo la fine delle cure oncologiche. E’ però necessario agire con tempestività al momento della diagnosi di malattia e prima di iniziare i trattamenti oncologici. Il momento della diagnosi di tumore è di estrema inquietudine in cui “ti cade il mondo addosso”. Non bisogna però farsi travolgere: si deve fin da subito guardare oltre, pensare non solo alla guarigione dalla malattia ma anche alla vita dopo.

Consiglio di esprimere da subito i timori sulla futura capacità riproduttiva all’oncologo curante e se possibile chiedere una consulenza a un medico di Medicina della Riproduzione, che possa aiutare a capire meglio la situazione e suggerire le scelte migliori.

 

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